Siria: ombre turco-iraniane sul negoziato


I governi di Russia, Iran e Turchia, dopo gli accordi presi a Mosca lo scorso dicembre 2016, si rivedono il 23 gennaio ad Astana, la capitale khazaka, per riavviare il negoziato fra le parti siriane. Forse al posto del processo di Vienna nascerà un processo di Astana.

Il vertice e le sue possibilità di successo si basano su una novità: la Turchia ha cambiato politica e priorità. Assad cessa di essere il nemico numero uno e la lotta, gomito a gomito con Russia e Iran, si concentra contro il ‘terrorismo’ jihadista e salafita - in qualche misura assieme al regime. 

Perciò Ankara non chiede più che Assad esca pregiudizialmente di scena. In cambio dai suoi nuovi alleati si aspetta un deciso contenimento delle ambizioni dei curdi siriani, la fine della Federazione del Nord della Siria e, dietro tutto questo, una sua influenza a nord di Aleppo, nella zona dell’attuale operazione ‘Scudo dell’Eufrate’. 

Ma esistono le condizioni perché il vertice di Astana abbia successo? Due nodi potrebbero non sciogliersi: la metabolizzazione di Assad da parte delle opposizioni siriane non jihadiste e dei loro patroni nel Golfo; l’accettazione da parte dell’Iran degli obiettivi di Ankara, in particolare l’influenza che si propone di poter esercitare non solo verso Aleppo ma anche verso Mosul.

Il nodo Assad
Il cambiamento della politica turca verso la Siria non è avvenuto all’improvviso ma è maturato all’aggravarsi del conflitto con il Pkk e al rafforzarsi del Pyd in Siria, i fattori che hanno portato all’alleanza con la Russia. 

In questa evoluzione le frontiere turche, prima aperte, sono state chiuse. Ciò ha creato una dipendenza delle opposizioni, incluse quelle jihadiste, che in precedenza quasi non esisteva e reso più cogente il legame politico e militare dei gruppi con la Turchia. 

Messi di fronte alla svolta turca i gruppi non jihadisti, notoriamente destrutturati e più deboli, non hanno potuto fare altro che adeguarsi; i gruppi jihadisti hanno ovviamente respinto il cambiamento; e quelli al confine, come Ahrar al-Sham, hanno iniziato a scindersi. 

Questo svolgimento ha messo le opposizioni siriane in balia della Turchia, ma ci si può chiedere quanto la dipendenza sia forte e duratura. 

Ammesso che nel breve periodo sussista, essa è contrastata da non pochi fattori: le reazioni da parte dei patrocinatori ‘sunniti’ del Golfo, la difficoltà di quel tanto di organizzazione politica dei non jihadisti a introiettare la svolta imposta dalla Turchia, la determinazione e l’autonomia dei jihadisti, nelle cui file si riverseranno i molti delusi. 

A termine questi fattori potrebbero comportare un indebolimento della presa turca sulle opposizioni siriane e un indebolimento dei piani del terzetto di Astana. 

Occorre infine considerare che difficilmente un compromesso può basarsi sic et simpliciter su un ritorno del regime. Infatti, la diplomazia e i servizi russi stanno lavorando a una transizione destinata ad allargare le basi socio-politiche del regime affinché Assad possa uscire di scena al suo compimento. 

Ma questa prospettiva, com’è noto, lascia incerta Teheran, che vuole essere sicura di preservare in Siria un alleato strategicamente essenziale. Tutto ciò non impedisce che venga raggiunto un compromesso fra le opposizioni e Assad, ma prospetta soluzioni troppo fragili perché sia possibile un efficace avvio alla pace. 

Il nodo Iran 
Inoltre non è da escludere un’opposizione iraniana agli obiettivi più generali della Turchia. Russi e turchi non si amano, ma il sopravvenuto pragmatismo di Erdogan permette loro di essere compagni di strada. Turchi e iraniani ugualmente non si amano, ma la natura dei loro interessi rende il pragmatismo meno praticabile.

Il contenimento dei curdi unisce Turchia e Iran. Teheran non vede di buon occhio il tentativo dei curdi siriani di acquistare spazio, perché questo è comunque un inaccettabile fattore di disordine nella regione e poi perché l’Iran vuole molto più decisamente della Russia una Siria integra e forte.

C’è invece forte contrasto sull’interferenza turca nel governatorato di Aleppo e l’operazione ‘Scudo dell’Eufrate’. Sebbene sia finalizzata a un obiettivo di contenimento dei curdi che l’Iran condivide, Teheran vede - non a torto - l’operazione come espressione degli intenti neo-ottomani che strutturano la più vasta politica regionale della Turchia e riguardano anche Mosul e il governatorato di Ninive in Iraq, dove gli obiettivi turchi di influenza sono ancora più rilevanti.

Nel governatorato di Ninive l’interferenza turca s’intreccia con quella dei curdi di Mustafà Barzani. I turchi appoggiano militarmente e politicamente Barzani - che considerano un vassallo - e vogliono per la sistemazione post-Isis una provincia in cui siano valorizzate le autonomie delle numerose minoranze ivi presenti in modo da poter esercitare influenza attraverso la clientela di alcune di esse (non solo i turcomanni sunniti, ma anche gli arabi che ubbidiscono al clan “neo-baathista” degli Al-Nujaifi).

L’interferenza turca e l’alleanza con Barzani non possono che suscitare forte collera nelle correnti irachene e iraniane più settarie e preoccupazione in quelle più responsabili e ‘politiche’ dei governi di Baghdad e Teheran. Non si tratta solo d’ideologia, ma di grossi rischi effettivi per la stabilità dell’Iraq e per gli obiettivi strategici regionali di Teheran. 

Concludendo, ad Astana gli iraniani condivideranno le misure atte a facilitare la compattezza della Siria e forse, a certe condizioni, la ‘diminutio’ di Assad, ma porranno certamente condizioni intese a impedire o almeno contenere le smanie di influenza neo-ottomana di Ankara in Siria ed Iraq.

Unitamente alle obiezioni dell’opposizione siriana, che dopotutto non è così completamente in mano turca, ciò non rende scontato il successo di Astana e potrebbe lasciar delusi i russi.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI e membro del CdA della Camera di Cooperazione Italo Araba

Fonte: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3780