L'Arabia Saudita pianifica un futuro meno dipendente dal petrolio


Di Uberto Andreatta (ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) – 2 maggio 2016

Il principe Mohammed bin Salman, secondo in linea di successione dinastica al padre re Salman, ha delineato nei giorni scorsi i contorni del suo piano – il cosiddetto Vision 2030 – per la radicale trasformazione dell’economia del regno saudita in un sistema non dipendente soltanto dal petrolio.
Si tratta di un progetto di ampio respiro – tocca anche temi sociali, religiosi e militari – tutt’ora poco noti nei dettagli, ma il cui punto fermo sembra essere la modifica della missione del Public Investment Fund (Pif) da fondo per lo sviluppo domestico a manager di un portafoglio costituito da aziende di stato, inclusa la quotanda Aramco, che a sua volta verrà trasformata in holding company, e da altri asset.
La peculiarità saudita consiste quindi nel fatto che il secondo più grande produttore al mondo di petrolio (fonte: Us Eia), a lungo considerato la “banca centrale del petrolio”, abbandona la gestione passiva e risk-free delle riserve attraverso un “non-fondo sovrano” – nessuna entità saudita aderisce all’International Forum of Sovereign Wealth Funds – per costituire un “ultra-fondo” che tutto ingloba e tutto gestisce fino a farsi esso stesso attuatore della politica industriale. In questo modo si assiste ad un’evoluzione stessa del modello di fondo sovrano classico adottato a livello globale da quasi tutti i paesi ricchi di risorse e basato su una netta distinzione di ruoli rispetto all’oil & gas company di riferimento.
I rischi connessi all’esecuzione del piano abbondano tanto più che la parte dei commentatori l’hanno accolto con scetticismo, non da ultimo perché la stessa quotazione di Aramco appare difficoltosa sia in un mercato dei capitali poco liquido come quello saudita sia in mercati maggiormente in grado di assorbirla come New York e Londra, ma a forte rischio di sequestri a seguito delle recenti polemiche Usa-Arabia Saudita sull’11/9.
Quali sono, quindi, le vere ragioni sottese a un programma rivoluzionario normalmente propugnato da settori della società antagonisti rispetto alle élite dominanti ma che invece il principe Mohammed bin Salman, non senza una certa hybris tipica delle leadership forti (si vedano i continui riferimenti al “più grande” fondo sovrano o alla “più grande” IPO al mondo), ha saputo sapientemente inserire in un quadro di legittimazione dinastica già delineato.
Forse non è irragionevole pensare che l’emancipazione dal petrolio, pur giustificata in linea di principio ma di difficile attuazione in tempi rapidi, costituisca la narrazione attraverso cui il principe e i rami della famiglia che lo sostengono intendono regolare da subito i conti con le élite tecnocratiche e i loro sponsor, comunque ostili alle istanze di riforma. Colpiscono, a questo proposito, le allusioni costanti alla necessità di trasparenza (quotazione significa innanzitutto rendere pubblici fatti e numeri) nonché le manifestazioni di insoddisfazione rispetto alle inchieste anti-corruzione finora condotte.
In questo contesto l’“ultra-fondo” rappresenta lo strumento di ricambio delle élite, in quanto laleadership sarà prerogativa non più della tecnocrazia petrolifera ma di un gruppo di asset manager di nuova nomina che valuterà le oil entities e i loro responsabili in funzione del contributo al ritorno complessivo del portafoglio in un rapporto di parità con tutti gli altri elementi che lo compongono.
L’aspetto cruciale dell’operazione, ancora in fase di definizione, sarà quindi la governance del Pif, dal cui assetto germinerà la classe dirigente saudita degli anni a venire e attraverso i quali troverà attuazione la Vision 2030.
A questo riguardo, è interessante notare come il principe Mohammed accentrerà su di se politica economico-industriale e di difesa cumulando l’incarico di presidente del Pif e di ministro della Difesa, peraltro in un momento storico di forte conflittualità regionale e nel quadro della creazione di un’industria bellica domestica che, nelle parole dello stesso principe, dovrà porre fine all’anomalia di uno stato terzo al mondo per spese militari ma che importa il 98% dei propri armamenti. In questo quadro, inoltre, una politica estera autonoma rispetto a una concentrazione così forte di potere sarebbe impensabile.
È ragionevole prevedere, pertanto, che l’”ultra-fondo” saudita, oltre a segnare un punto di non ritorno nella transizione all’interno della famiglia reale di Riyadh, possa costituire nel breve-medio termine un fattore di ulteriore volatilità sia endo-saudita sia negli equilibri complessivi del Golfo, specie se il suo modello sarà fatto proprio, rivoluzionando il concetto stesso di fondo sovrano basato sull’indipendenza e sull’autonomia nelle scelte d’investimento, anche ad Abu Dhabi, Kuwait City o Doha.

Uberto Andreatta, senior corporate governance advisor presso Studio Legale Scala, esperto di fondi sovrani e investitori di lungo termine.

Fonte: http://www.ispionline.it/articoli/articolo/mediterraneo-medio-oriente-en...