Resoconto del convegno del 19 Giugno 2014 presso la sede di Unioncamere: “Europa e mondo arabo: quali politiche in uno scenario che cambia, quali prospettive per le relazioni economiche italo-arabe”

22-09-2014 - Analisi, Opinioni - Italia

Sono intervenuti:

Nasef Hitti, ambasciatore, capomissione della Lega degli Stati Arabi in Italia

Roberto Aliboni, consigliere Istituto Affari Internazionali e Camera di Commercio Italo Araba

Mauro Conciatori, Ministro plenipotenziario, vicedirettore generale affari politici, Ministero Affari Esteri

Sandro Pettinato, vicesegretario generale, Unioncamere

L’Ambasciatore della Lega degli Stati Arabi in Italia Nasef Hitti ringrazia il Presidente della Camera di Commercio Italo-Araba, Sergio Marini, per l’opportunità di partecipare al convegno e sottolinea l’importanza del mar Mediterraneo e in generale l’influenza della storia e della geografia nelle relazioni speciali e vantaggiose che legano l’Europa al mondo arabo. Interessi reciproci hanno consentito nel corso degli anni lo sviluppo di una visione condivisa e di confermare alcune convenzioni fra le sponde Nord e Sud del Mediterraneo. In particolare tali convenzioni, riguardano lo sviluppo del partenariato e della cooperazione in disparati settori, specialmente fra Italia e mondo arabo. Nasef Hitti sottolinea il fermo sostegno della Lega degli Stati Arabi allo sviluppo dei rapporti economici, politici, culturali e sociali, consapevoli che il progresso in un determinato settore deve essere sostenuto da passi avanti in altri settori, i quali possono sostenersi a vicenda e creare un meccanismo virtuoso. Considerata la contingenza storica, l’Italia è prossima ad assumere la presidenza del Consiglio dell’UE, l’Ambasciatore si sofferma sulle numerose sfide e opportunità che attendono il mondo arabo e i suoi interlocutori.

La storia recente del mondo arabo è caratterizzata da una serie di crisi nazionali che si intrecciano fra loro e con crisi di portata più ampia, non ultima quella delle cosiddette “Primavere arabe”. Questa situazione non è casuale ma riconducibile a un processo di transizione che coinvolge tutto il mondo arabo e che, in quanto tale, non può concludersi in pochi anni. Le difficoltà sono insite in tale processo ma ad un’attenta analisi possono cogliersi anche opportunità per sviluppare e migliorare le attuali relazioni internazionali. Solo per segnalare una di tali crisi, quella palestinese, Nasef Hitti ricorda che la Lega degli Stati Arabi, in occasione del vertice di Beirut del 27-28 marzo 2002, ha adottato un piano di pace che riguarda tutti gli aspetti e le dimensioni del conflitto arabo-israeliano; il testo sancisce le condizioni realiste e necessarie per instaurare una pace giusta e duratura tra le parti, ma in cambio ha subito e continua a subire un no categorico da parte di Israele.

Introduce quindi il tema dell’immigrazione, una sfida fondamentale affrontata non solo dai paesi arabi ma da tutto il mondo e che rientra nel più generale ambito dello sviluppo umano, conseguenza diretta dello sviluppo economico. A tal proposito accenna a un documento della Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia Occidentale, nel quale si fa riferimento alla situazione demografica del mondo arabo. Negli ultimi anni i paesi arabi sono riusciti a controllare due ondate di esplosione demografica, ma oggi il 50% della popolazione ha meno di 30 anni e serve l’impegno di tutti per creare le opportunità di lavoro necessarie a questa nuova generazione, sia nel mondo arabo che fuori di esso.

Nasef Hitti dichiara di osservare molto da vicino le relazioni tra mondo arabo e Italia, compreso l’ultimo atto delle riunioni ministeriali UE – Lega degli Stati Arabi, il terzo, che si è tenuto ad Atene nel Giugno 2014. La sua esperienza lo porta a prediligere una strada fatta di piccoli passi, obiettivi a breve termine che possano realmente essere raggiunti e che, messi insieme, rappresentino un grande risultato, sia per il mondo arabo che per l’Europa. L’ambasciatore ritiene necessario che le relazioni economico-commerciali fra le due sponde del Mediterraneo si concentrino su specifici settori, alcuni dei quali trasversali rispetto all’economia dei paesi, e che presentano opportunità di cooperazione. Si riferisce in particolare alle infrastrutture, la cui importanza si estende anche oltre i confini nazionali, all’istruzione e alla ricerca, per sviluppare centri di formazione di eccellenza, all’investimento nelle Pmi e nelle zone rurali, importanti per conservare equilibri nazionali delicati. Per agevolare l’interazione fra tali settori dell’economia l’Ambasciatore propone la creazione di un quartetto, un gruppo di lavoro composto da esponenti europei e arabi che lavori alla creazione di un programma di cooperazione comune; tali esponenti saranno autorità di governo, rappresentanti del settore privato e delle organizzazioni non governative ed esperti. Le discussioni sui temi fondamentali dovranno coinvolgere tutti i paesi interessati così come avviene ed è avvenuto nella cooperazione italo ed euro araba, a partire dal partenariato di Barcellona del 1995, proseguita con le forme di cooperazione a geometria variabile come il dialogo 5+5 dell’Unione per il Mediterraneo.

Roberto Aliboni, esperto di questioni del Mediterraneo e del Medio Oriente, Consigliere scientifico dell'Istituto Affari Internazionali e Consigliere di amministrazione della Camera di Commercio Italo-Araba, analizza la politica estera italiana con particolare riferimento all’area mediterranea.

Perché siano ben compresi, i rapporti italo-arabi vanno collocati nel quadro internazionale. Il fascio di alleanze atlantiche ed europee sottoscritte alla fine della seconda guerra mondiale è stato fondamentale per la politica estera italiana, ma queste alleanze hanno cominciato a indebolirsi in modo costante a partire dalla fine della guerra fredda, contribuendo ad accrescere l’importanza delle relazioni e delle politiche bilaterali. Per l’Italia che soffre di debolezze strutturali e, negli ultimi anni, di un ininterrotto degrado economico, è importante trovare un conveniente ed opportuno bilanciamento fra i rapporti multilaterali e quelli bilaterali.

Per essere più precisi, occorre migliorare la qualità del suo impegno multilaterale, cercando di contrastare il suo indebolimento, e al tempo stesso operare per un conveniente rafforzamento delle relazioni bilaterali. Tale esigenza è particolarmente evidente e necessaria nell’area mediterranea dove il nostro paese ha tratto rilevanti benefici dalla partecipazione all’UE e alla NATO ma può ora contare solo parzialmente sul supporto di queste alleanze multilaterali. L’Italia deve perciò sapere agire autonomamente, senza peraltro lasciar decadere le alleanze multilaterali, bensì cercando di promuovere la riformulazione delle modalità di un fruttuoso e sagace intervento collettivo, soprattutto nell’area mediterranea, dove la politica europea si è particolarmente indebolita.

Le relazioni bilaterali italiane con i paesi arabi dovrebbero concentrarsi oggi su due temi: l’immigrazione e le relazioni economico finanziarie. In tali ambiti è necessario aumentare la qualità e l’incisività della politica estera. Riguardo all’immigrazione il nostro paese riceve dei flussi non sproporzionati rispetto a quelli che arrivano via continente in altre parti d’Europa. Tuttavia, questi flussi sono resi particolarmente difficili da governare a causa delle condizioni in cui si realizzano, attraverso il mare, con alta probabilità che si verifichino drammi e tragedie umanitarie. Il governo di questa situazione, come si vede con l’operazione “Mare Nostrum”, è particolarmente costoso. D’altra parte, in Europa vige la regolamentazione del trattato di Dublino, secondo cui  ogni paese è responsabile degli immigrati che giungono nel proprio territorio come rifugiati senza che sia possibile il loro trasferimento in altri paesi dell’Unione. Anche questo rende particolarmente gravoso l’afflusso di immigrati dal Mediterraneo.

L’Italia dovrebbe perciò muoversi in due direzioni: cercare di accrescere il livello di corresponsabilità dei membri dell’UE nella politica d’immigrazione, ma al contempo – poiché non ci si può aspettare un cambiamento radicale delle politiche europee attuali – prepararsi comunque a migliorare le proprie capacità di ospitalità e soprattutto i rapporti di collaborazione con i paesi che inviano migranti. 

Riguardo alle relazioni economiche e finanziarie con i paesi arabi, l’Italia si trova in una situazione particolare. Esse sono importanti con i paesi arabi mediterranei e un po’ meno, ma in crescita, con quelli del Golfo arabico. Sarà fondamentale incrementare i rapporti con i paesi del Golfo per compensare la diminuzione degli scambi e degli investimenti verificatasi soprattutto in alcuni paesi del Nord Africa e del Levante. Questa politica è stata già avviata dal governo Letta e ora si deve premere sull’acceleratore e trovare un nuovo modello per sviluppare relazioni economiche e finanziarie di intensità superiore.

Al tempo stesso, per non disperdere il patrimonio di relazioni intrecciate con i partner mediterranei, è necessario recuperare e rafforzare la politica euro-mediterranea dell’UE, gravemente indebolitasi nel tempo, essenzialmente  a causa delle differenze di obiettivi politici e strategici fra paesi europei e fra questi e gli stessi paesi arabi. Il principale difetto di tale politica, comprese le modifiche apportate negli anni 2000, è stato quello di essere ancorato ad alcuni suoi presupposti, in primis quello della condizionalità democratica. Il partenariato instaurato nel 2011 ha rafforzato e reso più stringente tale requisito senza neppure provare a tararlo sui fondamentali cambiamenti avvenuti nel frattempo.

In questo quadro, a conti fatti la Commissione non riesce a perseguire i propri obbiettivi di promozione della democrazia e i programmi dell’UE, concepiti per raggiungere ambiziosi scopi politici, di fatto hanno paradossalmente perso il proprio carattere politico per divenire molto più simili a quelli attuati dalle grandi istituzioni sovranazionali economiche e finanziarie come l’OCSE e la Banca Mondiale. Si sono affievoliti gli intenti di solidarietà politica euro-mediterranea che caratterizzavano le precedenti politiche europee, anche a causa della perdurante crisi economica in Europa, e allo stesso tempo si è affievolita la coesione europea, cioè il collante che sta dietro quella euro-mediterranea.

In definitiva il quadro mediterraneo è in crisi e la politica euro-mediterranea non ha alcun impatto significativo soprattutto dal punto di vista politico. Tale situazione è forse destinata a cambiare con il rinnovo delle istituzioni europee: le elezioni per il Parlamento Europeo e il rinnovo della Commissione. Non è possibile prevedere come interagiranno il Parlamento Europeo e la futura Commissione, ma si può auspicare un rafforzamento della politica europea, come del resto è negli obbiettivi della linea politica più volte enunciata dal governo italiano.

Perciò, il governo italiano potrebbe prefissarsi alcuni obiettivi, ai quali iniziare a lavorare in occasione del semestre di presidenza UE, nella seconda parte del 2014. In primo luogo bisognerebbe avviare un dibattito volto a rivedere quello che è il perno della politica euro-mediterranea da parte europea, ossia la condizionalità dei rapporti al fine della promozione della democrazia, in quanto tale politica, sostituendosi a una vera e propria azione diplomatica e politica, ha creato più disagi che opportunità di sviluppo. La conseguenza di tale fallimento è che oggi, in un contesto nel quale le popolazioni hanno preso maggiore coscienza e sempre meno tollerano che il loro partner suggerisca loro cosa devono fare, la diplomazia europea segue la strada della mediazione, preoccupandosi più di perseguire l’inclusione nel processo politico delle forze di opposizione che l’attuazione di riforme concrete. Così, sta accadendo per esempio in Egitto.

Di pari passo è necessario non abbandonare il rafforzamento e completamento dei negoziati per la liberalizzazione commerciale e l’integrazione dei mercati euro mediterranei. È un obiettivo difficile ma conviene, non solo all’Italia, avere una zona di scambi più liberi e più ampi. È importante inoltre che l’Italia lavori per il rafforzamento dell’azione delle banche di sviluppo europee: la BEI, che ha sempre operato nel Mediterraneo, e la BERS, che ha iniziato ad operare anche nei paesi mediterranei dal 2011. Inutile invece pensare alla creazione di una banca mediterranea, che la maggioranza delle parti interessate non vuole e che è stata comunque superata dall’avvento della BERS nella regione.

L’Italia dovrà rendersi conto che l’orizzonte da prendere in considerazione per soddisfare le esigenze reciproche di sviluppo non è più quello del Mediterraneo in senso proprio, bensì quello dell’intero mondo arabo. La politica euro mediterranea dovrà includere, oltre ai paesi mediterranei, anche quelli del Golfo e altri, come Iraq e Yemen che non sono inseriti in alcun raggruppamento collettivo di cooperazione.

Infine, occorre sottolineare che è in sintonia con questo quadro di complessiva riforma dei rapporti euro-mediterranei che va portata avanti la politica di riforma dell’immigrazione nel quadro europeo che abbiamo menzionato in precedenza. Nell’insieme è poi evidente che tutta quest’azione politica dovrà essere condotta  in coalizione con gli altri paesi del Sud Europa.

Il Ministro Mauro Conciatori specifica che affronterà il tema “Europa e mondo arabo” privilegiando il punto di vista italiano nell’approccio a tale area geografica. Rispondendo al quesito del seminario, “quali politiche in uno scenario che cambia, quali prospettive per le relazioni economiche italo-arabe”, Mauro Conciatori spiega che il passo principale per poter giungere a delineare delle possibili prospettive future per tali relazioni è quello di analizzare in modo approfondito e con una prospettiva di medio-lungo periodo gli accadimenti che investono il mondo arabo. Dalla qualità dell’analisi dipenderà l’efficacia e la corrispondenza alla realtà futura delle prospettive delineate.

Nella situazione incalzante e drammatica attuale è preferibile sforzarsi di leggere i processi che sottostanno gli avvenimenti quotidiani anziché correre dietro alla cronaca degli avvenimenti contingenti per non perdere di vista due parametri fondamentali della ricerca: il tempo e lo spazio. Da un canto, per comprendere i processi bisogna assumere un punto di vista di medio lungo periodo in quanto la soluzione del processo di transizione dei paesi arabi si avrà fra molti anni. Quindi non bisogna fare affidamento sulle numerose sintesi semplificatorie che circolano al momento ma, per meglio inquadrare le manifestazioni di protesta iniziate nel 2011 in Africa settentrionale, bisogna fare riferimento a una letteratura complessa di autori capaci di ricorrere anche a fonti arabe e non necessariamente diplomatiche, come i media. D’altro canto, bisogna tenere presente che il territorio in questione si estende oltre i confini nazionali dei principali stati coinvolti dalle proteste popolari e comprende una vasta area geografica che interessa direttamente due continenti.

Sul piano sociale sono rilevabili delle costanti demografiche e culturali comuni ai paesi interessati dal processo di transizione. L’interazione degli esiti del processo di sviluppo demografico e educativo ha consentito l’emersione sociale dei giovani istruiti, un nuovo gruppo di protagonisti della politica araba in grado di occupare le piazze e di incrinare il quadro politico tradizionale. La nuova generazione ha contribuito ad amplificare la percezione dei problemi legati alla povertà in quanto capace di manifestare il malcontento originato dall’assenza di prospettive economiche di promozione sociale e proiezione politica dei propri ideali. Ne è scaturito una fortissima rivendicazione di dignità delle popolazioni che colpisce sia gli assetti costituiti di potere interno a tali paesi sia l’attuale stato delle relazioni del mondo arabo con il mondo esterno. Quindi, allorché l’Europa decide sulle modalità di interazione con tali realtà, prima di dettare parametri e modelli dovrebbe rendersi conto che è in corso una profonda trasformazione di cui tener conto.

Il processo di transizione ha comunque prodotto dei risultati, probabilmente definitivi. Un certo modello di gestione della cosa pubblica ha smesso di funzionare e difficilmente potrà essere reintrodotto; alcune élite più o meno carismatiche ma corrotte avranno difficoltà a imporre una visione del mondo ormai superata. Si è rotto un pezzo fondamentale del circolo vizioso tra miseria, corruzione, repressione e estremismo che attanagliava queste realtà e ciò apre straordinarie prospettive, positive ma anche con risvolti pericolosi dovuti al verificarsi di fenomeni di frammentazione e destabilizzazione.

Sul piano politico il Ministro rileva che i rivolgimenti hanno spesso dato origine a processi elettorali, gestiti in modo tutto sommato corretto, che hanno registrato generalmente l’affermazione dell’islam politico nelle sue diverse visioni. Nonostante la sua capacità di agire sul territorio, tale corrente politica ha avuto però enormi difficoltà a governare a causa delle carenti capacità amministrative. Ma soprattutto, in tutte queste realtà, salvo forse la Tunisia, si è riscontrata una drammatica difficoltà di innescare la cultura del dialogo e del compromesso. Ogni attore politico ha proposto in modo forte, deciso e appassionato la propria visione della società, del futuro e della vita; ma nel momento in cui rinascono comunità che hanno bisogno di scrivere regole del gioco condivise e capaci di legittimare i vari attori, sarebbe opportuno che le visioni vigorose si accompagnassero alla consapevolezza che è necessario trovare un compromesso con le altre visioni politiche. Questo tipo di metodo sembra essersi affermato in Tunisia, dove le forze laiche, islamiche e libere della società hanno riscritto insieme la costituzione. L’esempio della Tunisia è connotante ma anche particolare per le sue tradizioni storiche e per gli attori che vi hanno operato. Non è un caso che i portatori della mediazione finale sono stati essenzialmente gli attori sociali, gli avvocati, difensori dei diritti umani. La mancanza dei corpi intermedi, soggetti necessari al corretto funzionamento di un sistema rappresentativo, è il punto dolente degli altri paesi arabi. Quando viene meno il collegamento fra realtà sociale e rappresentanti è possibile che i fenomeni rappresentativi non incidano sulla capacità politica di stabilizzare la situazione.

Dal punto di vista internazionale, nel mondo arabo e fuori di esso, si rilevano altri fattori di instabilità. Nella regione islamica è in atto lo scontro fra politiche di potenza di ambiziosi attori portatori di agende configgenti fra loro, con volontà di influenzare gli sviluppi interni di altre realtà del mondo arabo. Vi è la forte rivalità regionale fra Arabia Saudita e Iran che si disputano la superiorità e l’influenza sull’area definita dagli americani Grande Medio Oriente. E questa rivalità viene declinata in termini ideali e ideologici come frattura tra mondo sciita e sunnita. Ma vi sono anche delle fratture evidenti all’interno del mondo sunnita stesso: da un lato la Turchia, dall’altro l’Arabia Saudita, supportati da ambiziosi attori come il Qatar, che si disputano la capacità d’influenza sull’islam politico in base a due modelli teorici e ideali: il primo modello, tipico della dottrina della fratellanza islamica, è quello dal basso verso l’alto in cui l’islam politico trova la sua legittimazione attraverso il consenso sociale e anche elettorale. Il secondo modello, sull’esempio dell’Arabia Saudita, è una visione dell’islam che fa discendere l’autorità da una logica verticale di tradizione storica e di rispetto di antichi principi.

Tutto ciò crea una situazione di grandissima fluidità nel cui contesto rischiano di saltare i confini degli stati, ad esempio di Iraq e Siria, ma anche nel Nord Africa dove sono in pericolo confini talvolta disegnati senza tenere conto delle affiliazioni claniche o delle tradizionali interazioni economiche fra territori limitrofi. Da questa situazione si origina una logica di disgregazione e frammentazione preoccupante. I rischi geopolitici connessi sono di carattere immateriale: il caos interno e il vuoto geopolitico che è interesse dell’Italia cercare di contenere ed è interesse di altri attori cercare di alimentare per giovarsene a fini propri.

Il Ministro Conciatori, riprendendo il titolo del seminario, propone delle possibili politiche da adottare per le future relazioni italo-arabe. Premette che la posizione italiana nel contesto europeo si caratterizza per dei palesi dati geografici. L’Italia è non solo un paese costiero del mediterraneo, essa è la linea geografica che taglia il mediterraneo in due quadranti e li collega ed è quindi il collettore di tutte le dinamiche positive e negative che si sviluppano nel bacino. Il nostro paese profitta meglio degli altri paesi europei dei periodi di prosperità quando riesce a costituire un circuito virtuoso che colleghi le sponde del bacino; ma subisce tutti i momenti di crisi e frammentazione quando il bacino si caratterizza per una serie di tensioni irrisolte, le quali, chiaramente, non possono essere liquidate sollevando dei muri effimeri. Questa è la difficoltà che l’Italia cerca di far comprendere ai partner nordici europei. La percezione del nostro paese di portare stabilità e sviluppo in quest’area è drammatica. Noi siamo le sentinelle avanzate di questo sentimento in Europa e cerchiamo di far capire a tutti gli altri che il nostro primo interesse non è di carattere ideologico ma pragmatico, ossia stabilizzare la realtà. Lo strumento idoneo a realizzare tale proposito, più che la promozione di astratti schemi si sviluppo delle realtà umane che probabilmente nelle loro specialità pertengono alla storia dell’occidente e a come essa si è sviluppata, è formare capacità direzionali a tutti  i livelli in modo da garantire la sicurezza interna, regionale e quindi anche dell’Italia. È fondamentale suggerire a tutti gli attori la ricerca del compromesso e del riconoscimento reciproco come strumento per legittimare istituzioni che gestiranno la società. Per fare questo bisogna rilevare i poteri reali esistenti sul terreno e le forze vive della società perché tutti devono essere responsabilizzati e strutturati. A livello governativo l’Italia fa molto in termini di assistenza e formazione delle leadership governative dei paesi in transizione, mantenendo un forte dialogo politico con tutti i governi.

Il Ministro Conciatori elenca quindi i tre principali obiettivi dell’impegno italiano ed europeo. Il primo riguarda il quartetto citato dall’ambasciatore Hitti, costituito dalle forze vive della società sulle quali proiettare idee, formazione e dialogo. Propone quindi la creazione di reti di formazione e condivisione con il contributo delle associazioni, dei parlamenti, dei partiti, ma anche di sindacati, mondo delle autonomie locali, imprenditoria, e con l’auspicabile impegno della diplomazia nel predisporre una cornice coerente di tale azione che deve essere necessariamente spontanea e, almeno nel caso dell’Italia, deve puntare sulla facilità d’interazione culturale e umana con i paesi della riva sud. Il secondo obiettivo è di innescare lo sviluppo di questa regione; fare in modo che sulla riva Sud si produca non un flusso di persone che cercano di raggiungere le nostre coste, ma un circuito virtuoso di scambio di merci e tecnologie che l’Italia possa mediare, trasferire da una sponda all’altra, ruolo che le deriva dalla sua funzione storica millenaria e che le è valso i momenti di più fulgido sviluppo, all’epoca dell’impero romano dell’ecumene ma anche e soprattutto all’epoca del rinascimento, periodo nel quale l’Italia trasmetteva all’arretrata Europa settentrionale le migliori tecniche, la cultura, le merci e la raffinatezza del più avanzato mondo arabo. Per riuscirci bisogna mobilitare investimenti e capacità imprenditoriale in settori strategici di questo secolo: le energie fossili e rinnovabili, le infrastrutture di trasporto e di comunicazione, la sanità, l’istruzione e tutto ciò che contribuisce allo sviluppo del fattore umano.

Il grande disegno della politica europea e italiana nel mediterraneo dovrebbe essere quello di mobilitare una massa critica di risorse e di volontà politiche e umane interessate a nutrire questo progetto. Tale politica dovrà essere applicata ad esempio alle relazioni fra UE e paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, relazioni ferme da anni su problemi di principio che dovrebbero probabilmente, pur avendo il loro grande rilievo, essere contemperati con l’esigenza di un dialogo più pragmatico che tenda meno a risolversi in un monologo e soprattutto ad evitare di trasformarsi in una predica, per aggredire i problemi concreti che ne minano il successo. L’UE può sfruttare anche lo strumento del dialogo con la Lega degli Stati Arabi che, come dimostrato dal recente e molto efficace consiglio dei ministri degli esteri, si contraddistingue per una positiva capacità di dialogo e di interazione. L’Europa applica ai paesi del Mediterraneo un tipo di approccio, la politica di vicinato, ideato per le relazioni con i suoi vicini nord orientali; approccio che l’Italia ha avuto il merito di far evolvere spostando la cornice politica di cooperazione anche ai paesi della riva Sud e al mondo arabo, che per l’Europa rappresentano dei vicini molto più numerosi, esposti a problemi maggiori ma con opportunità più entusiasmanti. Questa politica contiene concetti fondamentali come il sostegno alla formazione o institution building, che va riproposto oggi attraverso l’utilizzo di gemellaggi e scambi. Basti citare il grande contributo delle borse di studio Erasmus alla creazione dell’Europa, probabilmente superiore a quello apportato dai numerosi dibattiti del parlamento europeo e dalle numerose campagne elettorali per le elezioni europee, che tra l’altro si concentrano dappertutto solo su temi interni.

Con riguardo alle politiche regionali, l’Europa ha inventato i fondi di coesione per fare in modo che lo sviluppo dell’UE sia armonico in tutte le sue aree. Precisa che l’Italia aveva inventato ancor prima la Cassa per lo Sviluppo del Mezzogiorno con la stessa funzione a livello nazionale, conseguendo ottimi risultati nel periodo iniziale e centrale della sua esistenza. Ma il tema della coerenza e della coesione regionale è un tema drammatico per numerosi paesi del mondo arabo della riva Sud, e su questo punto l’Europa dovrebbe valorizzare l’armamentario di azione, anche concettuale, di cui dispone. La creazione di aree di libero scambio, assimilabili al concetto di avvicinamento normativo, per facilitare gli investimenti reciproci, è un altro settore in cui l’Europa deve lavorare per consentire ai capitali di arrivare più facilmente dove si vuole indirizzarli. In conclusione il Ministro Conciatori sottolinea l’esistenza di aspetti positivi anche nell’attuale situazione araba su cui lavorare. Durante la presidenza del Consiglio dell’UE l’Italia sarà dotata di uno strumento di comunicazione importante per far valere le sue proposte per contribuire alla creazione di un futuro migliore per noi e per i paesi arabi.

Sandro Pettinato, vicesegretario generale di Unioncamere. argomenta sulle relazioni euro e italo arabe dal punto di vista economico. Parte da due presupposti demografici: l’UE è abitata da 500 milioni di abitanti e altrettanti saranno gli abitanti dei paesi arabi entro i prossimi 5 anni. In totale si tratta di un mercato euroarabo da un miliardo di consumatori, che rappresentano un valore economico importantissimo visto che l’Europa, in particolare Italia e Germania, hanno una forte vocazione manifatturiera e che nei paesi arabi vi è una fascia di popolazione ricca in crescita che apprezza i prodotti di alto valore. L’aspetto economico è alla base delle relazioni euro-arabe in quanto il suo sviluppo positivo è propedeutico, sebbene non sufficiente, alla stabilità sociale e politica di un paese. A partire dal processo di Barcellona l’Europa ha cercato di promuovere la stabilità economica, sociale e politica di questa grande area puntando soprattutto sul primo aspetto per avvicinare le culture delle due aree, accomunate da una simile infrastruttura economica e sociale caratterizzata dalla presenza preponderante di piccole e medie imprese ma allo stesso tempo lontane per atteggiamento economico e imprenditoriale. Per rafforzare le relazioni economiche è di primaria importanza effettuare uno sforzo per far conoscere i reciproci tessuti imprenditoriali, cerando di sanare la scarsa conoscenza della cultura imprenditoriale araba da parte europea e italiana. Tale deficit può essere sanato grazie allo scambio di informazioni, ai partenariati e ai modelli di vicinato. Con riferimento a questi ultimi è necessario uno sforzo di semplificazione perché gli attuali programmi europei, come l’ENPI CBC, sono relativamente complessi da implementare da parte delle aziende. Si tratta di un aspetto importante che in passato ha visto l’Italia contribuire in modo deciso alle politiche di vicinato europee, come l’Iniziativa Centro Europea (InCE) i cui programmi erano molto efficaci.

Anche se non è previsto l’ingresso dei paesi mediterranei nell’UE, cosa possibile per gli altri vicini europei, l’Italia ha forti interessi ad intensificare le relazioni economiche con i paesi arabi, la cui vicinanza può risultare fondamentale nei rapporti di scambio, soprattutto per la grande capacità italiana di esportare il modello di piccola impresa. La Presidenza italiana del Consiglio dell’UE è un occasione per accelerare i processi di avvicinamento culturale ed economico, già avviati con la recente visita del premier italiano nel Golfo. Tale passo segue evidentemente un’analisi precisa del mercato di riferimento. Di fatto negli ultimi anni, l’Italia e altri paesi europei hanno incrementato i propri scambi commerciali con i paesi arabi nonostante una congiuntura negativa, un rapporto di cambio dell’Euro sfavorevole alle esportazioni e le difficoltà rappresentate dalle cosiddette Primavere arabe che hanno investito numerosi paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. A ciò si aggiunga un altro dato che dimostra le enormi possibilità di sviluppo delle relazioni economiche italo arabe: in Italia, su 6 milioni e 92 mila aziende (quasi una ogni 9 abitanti), solo 11mila e 800 operatori esportano stabilmente sui mercati internazionali, e di questi solo 1500 nei paesi del Mediterraneo allargato. Ciò vuol dire che pochi imprenditori reggono il Pil del paese e hanno una forte incidenza nel processo di avvicinamento economico e culturale verso tutto il mondo e in particolare verso i paesi arabi, attraverso forme di collaborazione che includono accordi di distribuzione commerciale, joint venture e varie forme di finanziamento, in settori non solo tipici del Made in Italy, ma anche in quelli legati alle tecnologie, all’ambiente, alle acque, alla farmaceutica. Oltre alla scarsa presenza imprenditoriale in loco, l’Italia sconta anche una carenza infrastrutturale. Nel settore portuale è in corso un arretramento nel Mediterraneo a favore di realtà in forte sviluppo come quelle del Marocco. Nel settore delle energie, salvo l’interesse per le fonti fossili e soprattutto per l’import, c’è una scarsa attenzione allo sviluppo delle energie rinnovabili nei paesi arabi; leggermente superiore è invece l’interesse nel settore della formazione. Sebbene di modesta entità, lo scambio di conoscenze in ambito universitario con i paesi mediterranei, in primis Tunisia e Marocco, registra buoni risultati. Inoltre Unioncamere realizza già da alcuni anni un’importante azione di institutional building sui temi del registro delle imprese, della riconciliazione e dell’arbitrato, che hanno visto istituzionalizzare la risoluzione delle controversie tra imprese su modelli stragiudiziali. In futuro le attività di formazione potranno riguardare i settori dell’agroindustria ed altri comparti del made in Italy. Ma alle attività commerciali e di formazione dovrà aggiungersi una forte iniziativa politica da parte del governo europeo, dei nuovi commissari e dei singoli governi statali per accelerare il processo di avvicinamento culturale.

Sergio Marini chiude il convegno con alcune riflessioni. Tutte le relazioni esposte si sono basate su un approccio comune e molto coerente e i giudizi sulle politiche europee per il Mediterraneo sono stati nel complesso abbastanza blandi, salvo quelli del dr. Aliboni. Sergio Marini sottolinea un aspetto da rivedere della politica europea verso i paesi arabi, ossia quello di considerare tale area in modo disaggregato, adottando una politica diversa per i paesi mediterranei e quelli del Golfo. Prosegue illustrando brevemente i passaggi storici della politica europea verso la sponda Sud del Mediterraneo. Questa è iniziata negli anni 1960 ed ha cambiato nome, ma non i presupposti, a cadenza quasi decennale. Nel 1995 l’inaugurazione del processo di Barcellona ha segnato un effettivo salto di qualità dell’interesse verso tale aerea ma, forse a causa della delusione dovuta a promesse eccessive, si è ritornati alla politica di vicinato, alla politica propugnata da Sarkozy che ha avuto forse l’unico merito di rimettere in discussione tale tema. Tutte queste iniziative sono accomunate dal fatto di non aver esaminato a fondo i motivi dei precedenti insuccessi. Ulteriori difetti di tali politiche sono stati, da un canto l’introduzione e la volontà di affermare in modo energico il presupposto della condizionalità democratica, che si traduce nell’imposizione di regole e acquisizioni della cultura europea relative all’organizzazione dei diritti umani e alla società civile, senza tenere conto delle culture locali; d’altro canto l’adozione di politiche nazionali più legate a meri interessi  economici, non solo europei ma anche degli Usa, che si sono sostanziate nel sostegno concesso a regimi non democratici. Il risultato è stato una chiara percezione di incoerenza dei partner occidentali da parte dei paesi arabi. Tuttavia sottolinea alcuni aspetti positivi che andrebbero valorizzati. I paesi arabi rivestono un’importanza fondamentale per il nostro paese: negli ultimi due anni, rispettivamente il 25% e il 27% del commercio estero extra europeo dell’Italia si è svolto con tale regione. Si tratta di una fetta rilevantissima, molto superiore a quella relativa al nostro interscambio con l’intero continente americano. Inoltre, a testimonianza dell’interesse italiano verso il mondo arabo, il nostro paese vanta il tasso di specializzazione più alto rispetto a questi paesi, intorno all’8%, ed è seguito da lontano da Francia e Germania. Aggiunge che alcuni cambiamenti riguardo le relazioni euro arabe sono imputabili anche a un deficit delle politiche nazionali. Da un lato esiste una forte necessità di rilanciare una politica europea più condivisa e efficace ma occorre altresì riconsiderare la politica che il nostro paese deve realizzare autonomamente. Di certo non basterà il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’UE a modificare le politiche europee verso quest’area.

In conclusione il Presidente della Camera di Commercio Italo Araba Sergio Marini, auspica il ritorno all’ipotesi di cosviluppo, come approccio alle relazioni con i paesi arabi; approccio che tra l’altro è stato il presupposto degli interventi odierni e che è stato ribadito dalla Commissione Economica e Sociale Europea come alternativa al mero trasferimento di capacità culturali e tecniche.


← Ritorna indietro